1909. I

dicembre 22, 2015 § 1 Commento

Quello che abbiamo conosciuto, è nebbia
riflesso nel duro nero degli occhi, solo il grigio
del corpo che si è concesso, sotto un cielo sporco e sterrato
compromesso del tempo a parole acuminate, ad ardore
che tracima le sue convinzioni e affronta, l’ultima ora
priva di significato, poiché appena trascorsa.

E prima che a dissipare la tua nebbia
arrivi il mezzogiorno di qualcun altro, con la sua
accogli questo residuo di spazio nella resa, trattienilo
con mani di pietra, che mai s’è appartenuti
se non ad uno sconosciuto e smisurato
conforto dell’essere uomini.

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maggio 30, 2015 § Lascia un commento

Non gli uomini, ma l’universo

che se ne va, recitando

le loro parole.

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febbraio 7, 2015 § Lascia un commento

Scansata ogni eterna ambizione
la vanità del proprio attimo
va a riporsi – con tramandata fiducia –
in quella sciocchezza dell’essere visto.

L’ alone utile di una memoria breve
che, posandosi alla cieca sugli occhi di qualcun altro,
riflette questo tempo assoluto, poiché bloccato
/
palpebre che si aprono e si richiudono
\
e con voce calda e fiera, egli recita
riguardandosi alla profondità vuota di un tale conforto
dal perimetro che lo separa dal mondo

– Io sono stato –

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gennaio 2, 2015 § 1 Commento

C’era una finestra, ampia e scorrevole
proprio lì, su quel buio, quell’ombra cieca dove
soccombono i mattoni, dove prima file di alberi rinsecchiti
e palazzi impalati filtravano un’esile luce, ora, il muro

il muro ancora grezzo e sporco di sangue
ha appena ammazzato il mondo di fuori.

In questo delirio delle pareti interne
ci guardiamo attorno, il buio scorrevole ora è ampio,
la nuova finestra di mattoni è una luce ancora più esile,
filtra tra le mani il suo mondo grezzo che, inutilmente,
sogna sul muro il rifiuto di riconoscerlo – è già morto.

E dove finiva il mio muro e dove il tuo mondo
i mandanti eravamo sempre noi.

2/3 – Accometare

novembre 14, 2014 § Lascia un commento

Del tuo piccolo e sterminato vuoto
conserva l’esile nero, un pantano di cielo
che smorzi, i quattro lumicini                            corrotti
e appesi con cura, dai gesti inquieti                                di ogni cosa

ellittica è la traiettoria e la vanità che rimane                         di questa luce
diretta sui panorami matrigni e imbellettati                  dal viaggio
da queste mani                                  da questi nomi.

Bisogna lasciare la presa.

Che la miseria dell’energia sia nascondere,
sfiorare la caduta, l’improvviso, il possibile
lo spirito da scacciare, quel sempre che seppur transitorio,
continuamente prepara, il suo accometaggio.

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ottobre 14, 2014 § 1 Commento

Ora, che c’è un tempo del tempo
inquadrato alle nostre abili e virtuali spoglie,
si risiede in una smisurata lontanza; crepa nei tormenti
l’aria che resta, la nostra, sgranata e avvolta
a sfiatare la tiepida narrazione della città

un rifluire di corpi contenitore
impressi col ghigno sull’ultimo bordo
di questa infinita carta lucida, della fine

definisci,                                     anima salva,
questo spazio reciso,                             il tuo,
tutt’ora furioso e sconosciuto, che si perde
nel paradosso dell’essere                      còlto

                         .

 

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settembre 27, 2014 § Lascia un commento

Nel breve sottoporsi ad un paesaggio morto

il fiato manomette la sua tregua battente
concava, compiuta
in un metrico distacco dal piano

che ricordi in vita.