Spinto fino al ciglio della scogliera, e impalato
l’orizzonte di terra si prepara
alla manovra della nebbia
si abbassa, striscia, sente il terrore di tutto
quel mare versato, non trema
col mento a strapiombo
si sveglia sulla parete più rocciosa del collo
la nebbia sospende: non alberi, ma busti spezzati
dietro di lui e l’erba gialla lo aveva coperto
molto meno della neve non caduta
E’ la parete più rocciosa del collo
questa che si affaccia, cade
sul cratere che ha riempito di mare
e nessun altro orizzonte è più possibile
A risolversi
sulla corteccia della parete
ingrigita dal peso delle cornici rimosse
e complicata dal ramificare del calendario
la piena espressione del nulla
Un paesaggio fatto di picchi, linee, tratteggi
pezzi di carta che scrivono pareti
macchine, braccia, pianti
non parole
un senso di vuoto tra quei monti
il tremore dell’uomo nevrotico
che scala e cade la più affannata
delle sue inettitudini
valorizzare l’inesistenza
Come di tenero asfalto, l’imbrunire dell’io
s’era disteso sul viso scomposto
da pezzi di sabbia e respiro
con la esatta espressione
del codardo presente – ripetuto –
il meccanismo di chi si approssima
E poi era venuto giù
con tutto il circolare peso della luce
sprofondando oltre la pozzanghera
quell’oceano dei piccoli occhi
senza schizzi o riflessi o idee di paesaggio
- eravamo solo il ventricolo
delle cose vissute -
(rumore
di passi soffocati
come su un tappeto d’autunno
e di legno
che si scheggia quasi
piegandosi)
Il tragitto delle parole
che si incastrano nell’uscio
in un fiato della porta
lascerà tornare le ombre?
Ogni cosa grida
Ogni cosa è incapace
del silenzio del silenzio
di cui si nutrono
le proprie parole
C’è
sulla riva
incasellata delle circostanze
quella schiuma leggera di sabbia scavata
la titubanza delle cose
col piede la calpesta nuda
e gelida
come improvvisa e inversa
un’onda
l’estetica del vuoto sempre pieno
ruotata in questo compromesso codardo
che dorme filosofie ad occhi aperti
approssimandosi
Sono un detrito
appena conforme alla teoria della massa
e trafitto da un asse infinito
in assenza di gravità, mi appello
all’inconistenza di non tramontare
e di non ruotare nemmeno a satellite
se non d’apparente magnitudine, i miei occhi
sono un detrito
che invece di orientarsi al raggio di Sole
scia la deperibilità disintegrandosi
nella verticale discesa speranza
in dissolvenza di lacrime
e sempre un millimetro prima di terra
il corpo si azzera e non sento mai il tonfo